domenica, gennaio 28, 2007

GIORNATE DELLA MEMORIA
Allora allora, giorni ricchi di eventi nella mia piccola insignificante e viva esistenza. dopo una quarantena durata più di 20 giorni, ho ripreso a leggere. Sono assolutamente convinta (adesso qcquisisco aria professorale e viaaaa) che la lettura sia una di quelle cose così semplici in apparenza ma così difficili da fare in alcuni momenti, che ti possono salvare la vita. In linea superficiale si potrebbe dire che entrare così intimamente come si fa sfogliando pagine e pagine in storie di "altri da te", ecco aiuti a ridimensionare le proprie consuete disgrazie quotidiane o almeno a guardarle da un diverso punto di vista. Solo che a volte è tosta. Non ho voglia di dolore o aprendo di più la prospettiva, non mi va di entrare nelle finitezze di altri quando sono ingarbugliata nelle mie. Come le medicine amare che sai di dovere prendere ma da qui a prenderle ci passano diversi momenti di perplessità e paura... "no no io posso farne a meno..." e invece non è vero che si può farne senza. Diciamo amore e odio, dipendenza e insofferenza. A me è capitato per un libro in particolare tanti anni fa di avere il disperato bisogno di finirlo e allo stesso tempo di non riuscire a prenderlo in mano, mi commuovevo solo a vederne il profilo infilato nella nicchia sopra il letto che uso di solito per riporre i libri inviaggio, quelli che sto leggendo insomma. No, non eraLiala :) Si chiama "La donna abitata" ed è di Gioconda Belli una straordinaria scrittrice nicaraguense, e parla di una amore tormantato fra una borghese che poi diventa guerrigliera ed un sandinista. Detto così è davvero restrittivo. Comunque per dire, l'ho smerciato ad un pacco di gente come regalo.


Ritornando a bomba... ho letto questo "Lasciami andare, madre" una storia autobiografica scritto dalla figlia di una donna ss mai redenta. Come scrittura è abbastanza banale anzi direi lamentosa e lagnosa piena di interiezioni e invocazioni però ,essendo questa una testimonianza di prima mano, direi che fa parte dell'estrema soggettività della storia raccontata. Come testimonianza è interessantissima e parecchio forte (il titolo l'avevo in mente da anni ma non ho avuto mai il coraggio di comprarlo). Quando nel 1971 la donna propone alla figlia di prendere una serie di oggetti d'oro, a suo tempo rubati agli ebrei che entravano nelle camere a gas, perchè le avrebbero potuto far comodo, arriva un bel brivido lungo la schiena così come per ogni singola parola del suo racconto spietato sulla vita nel campo di Birkenau. Alla fine accanto allo smarrimento mi è rimasto un grande senso di rispetto verso questa figlia Helga Schnider, che non solo è riuscita a sopravvivere ad una madre terribile anche nel ricordo, ma che ha avuto il coraggio di parlare del suo dolore e dei suoi rimorsi.

A proposito di questi giorni all' Università c'è stata la proiezione di "Volevo solo vivere" di Mimmo Calopresti. Sette ex deportati raccontano la loro vita prima durante e dopo Auschwitz. Era presente anche una delle intervistatrici della Shoa foudation di Spielberg.
Tutto questo ha senso nella mia testa. Aveva senso essere lì e vedere, aveva senso leggere quella storia il giorno prima. Banalizziamo? perchè nel nostro piccolissimo non accada più. baci!

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